Melelli e l'Umbria sullo schermo
L'autore e critico perugino racconta il suo ultimo libro: «La nostra regione spesso utilizzata per raccontare una realtà astratta»
Casa nostra vista dall'occhio e dal mestiere di un regista. L'Umbria che a volte è cartolina e a volte nascondiglio e scrigno di angoli nuovi e storie impresse su pellicola. C'è un grande lavoro dietro l'ultimo libro di Fabio Melelli, critico e storico del cinema e prima di tutto grande appassionato della materia come salta all'occhio in ogni suo lavoro.
L'Umbria sullo schermo. Dal cinema muto a Don Matteo, edito da Aguaplano editore raccoglie i tanti fili intrecciati, alcuni insospettabili, tra registi, film e attori con la nostra regione.
Da dove è partito Fabio Melelli per scrivere il libro?
Il libro nasce come pubblicazione integrativa della mostra L’Umbria sullo schermo, in corso di svolgimento a Palazzo Baldeschi. In qualche misura ho ripreso, aggiornandolo, un argomento che era già al centro di un mio libro del 2005, L’Umbria nel cinema. Tra demonio e santità, edito da Gramma. Il volume vuole essere una ricognizione filmografica e una raccolta di curiosità sul tema, nell’ottica della più ampia fruibilità. Indubbiamente è stata molto importante la disponibilità di archivi multimediali come le Teche Rai o canali in streaming come Youtube che oggi permettono di esaminare le più diverse fonti visive. Personalmente credo molto anche nel ricorso alle fonti di prima mano, ovvero alle testimonianze dirette raccolte sul campo.
Centinaia di storie e aneddoti dietro ogni pellicola. Tra quelli selezionati e "impensabili" ce n'è qualcuno che ti ha colpito più degli altri?
Tra gli altri, mi viene in mente l’aver scoperto, grazie a una prima segnalazione dell’attore Ugo Fangareggi, che il misconosciuto western Sette monache a Kansas City, pellicola demenziale nata sulla scia del successo dei film di Trinità, è stato girato nei dintorni di Todi.
È stato più bugiardo il cinema o la televisione nel raccontare l'Umbria? E l'Umbria è stata rappresentata in modo differente?
Il cinema ha spesso utilizzato l’Umbria per raccontare una realtà “astratta”, poco individuabile in termini geografici e culturali (si pensi, a titolo di esempio, al film Giubbe rosse, in cui l’America del Nord viene ricreata a Forca Canapine) fatta naturalmente eccezione per i tanti film dedicati a San Francesco. D’altro canto, la televisione, soprattutto negli ultimi tempi, tende a restituire una visione edulcorata e falsata della realtà. Quindi direi che sono stati entrambi sostanzialmente “bugiardi”. Per riandare all’epoca del muto, non si può non pensare alla modernità di un film come Il poverello di Assisi, diretto da Enrico Guazzoni nel 1911 e interpretato da Emilio Ghione nel ruolo di San Francesco, incredibilmente girato nei luoghi stessi dell’azione, lontano dai fondali di cartapesta dei teatri di posa.
Cinema e lettura vivono di un legame stretto, forse per alcuni poco visibile e, se ti sembra così, la gente preferisce un film ad un libro. Solo questione di qualità del prodotto?
In linea generale, questo succede perché la visione di un film “impegna” meno della lettura di un libro, ma spesso è anche meno stimolante. Ciò non toglie che ci siano film superiori ai libri da cui sono tratti: forma e contenuto non devono essere mai confusi.
Gianni Agostinelli